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	<title>That&#039;s Parole</title>
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		<title>Eduardo e la traduzione di Shakespeare</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Dec 2015 09:32:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[That's Parole]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Edoardo De Filippo traduce Shakespeare]]></category>
		<category><![CDATA[Eduardo De Filippo]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Poco prima della morte, e quasi a suggellare la sua lunga e brillante carriera drammaturgica con un omaggio al genio universale di Shakespeare, Eduardo De Filippo decise di tradurre una delle opere del grande drammaturgo inglese. Forse per una sorta di parallelismo biografico che al napoletano sembrava di intravedere tra la sua parabola creativa e [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Poco prima della morte, e quasi a suggellare la sua lunga e brillante carriera drammaturgica con un omaggio al genio universale di Shakespeare, Eduardo De Filippo decise di tradurre una delle opere del grande drammaturgo inglese.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse per una sorta di parallelismo biografico che al napoletano sembrava di intravedere tra la sua parabola creativa e quella del grande predecessore inglese, la sua scelta cadde sul dramma <em>The Tempest</em> che è comunemente ritenuto il capolavoro conclusivo della carriera artistica di Shakespeare. L’interesse dell’operazione non si esauriva qui, però, perché un’altra novità era rappresentata dalla lingua <em>target </em>che Eduardo decise di usare per la sua versione: non l’italiano, ma il dialetto napoletano del ‘600, coevo dell’inglese elisabettiano e mezzo espressivo che nella sua selettività faceva assumere alla traduzione un valore culturale complesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Eduardo però non conosceva l’inglese a sufficienza per affrontare la traduzione di un testo shakespeariano, e di <em>The Tempest </em>in particolare, ma da napoletano degno di questo nome seppe sfruttare al massimo le risorse a sua disposizione e queste, nel caso specifico di un lavoro di traduzione dall’inglese, erano rappresentate dalla competenza linguistica della sua compagna Isabella Quarantotti Gambini che gli fornì una traduzione meticolosa di tutte le scene del dramma includendo l’indicazione dei giochi di parole tanto presenti nell’intera opera di Shakespeare.</p>
<p style="text-align: justify;">Catturare lo spirito della <em>Tempesta</em> e proporlo in una nuova veste trasferendolo alla situazione storico-culturale dell’Italia degli anni ottanta fu relativamente più agevole per Eduardo perché qui il drammaturgo napoletano poteva sopperire alle deficienze conoscitive dell’inglese con il suo grande talento drammatico e con la sua straordinaria esperienza di uomo di teatro. È su questo terreno comune che avrebbe potuto incontrare il suo più illustre predecessore britannico senza sfigurare.</p>
<div id="attachment_1176" style="width: 630px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.thatsparole.com/wp-content/uploads/2015/06/Eduardo-De-Filippo.jpg"><img class="wp-image-1176 size-full" title="eduardo de filippo" src="http://www.thatsparole.com/wp-content/uploads/2015/06/Eduardo-De-Filippo.jpg" alt="Eduardo-De-Filippo" width="620" height="349" /></a><p class="wp-caption-text">Eduardo De Filippo</p></div>
<p style="text-align: justify;">Anche se la traduzione della <em>Tempest </em>cade nel periodo finale della sua vita, Shakespeare è presente nella lunga carriera di Eduardo fin dagli esordi con la stesura di <em>La parte di Amleto </em>(1940). Durante una delle <em>Lezioni di teatro </em>tenute all’Università «La Sapienza» di Roma, Eduardo ricordò infatti di avere letto molto da giovane quando aveva “gli occhi buoni”, e prima di ogni altro autore aveva scelto quello che lui riteneva “il primo della classe, Guglielmo Shakespeare”. Buona parte di queste lezioni furono dedicate proprio a Shakespeare e alle sue “intenzioni”, in altre parole, a quella che secondo De Filippo era la “tattica” usata dal drammaturgo inglese per affrontare argomenti delicati e che, considerati i tempi, avrebbero potuto comprometterlo. Sempre nella stessa lezione, De Filippo era stato ancora più esplicito sulla somiglianza che gli sembrava di intravedere tra la temperie storica del fascismo e quella elisabettiana. Benché lontane nel tempo e diverse, entrambe le epoche gli sembravano caratterizzate dalla forza censoria del potere politico sulla libertà espressiva dell’artista. “Lontano mille miglia dal pensare un accostamento con Shakespeare” egli disse “la situazione era stata per me la stessa” e così anche lui come Shakespeare era stato costretto a usare una “tattica”, anche lui aveva fatto “ridere il pubblico per poi operare un capovolgimento dell’azione e mostrargli la tragedia”. È chiaro, a questo punto, che De Filippo ammirava in Shakespeare anche, e forse soprattutto, la passione del denunciatore dell’ingiustizia e delle contraddizioni dell’agone politico e di quelle umane.</p>
<p style="text-align: justify;">L’aver dedicato tutta la vita al teatro fin da giovani fa sì che Shakespeare ed Eduardo, entrambi sospesi tra la vita e il palcoscenico, considerino il teatro il mondo stesso. Se De Filippo diceva infatti che “il mondo è in fondo un gran palcoscenico e la vita una commedia allegra o triste secondo i casi”, Shakespeare fa dire ad Antonio (personaggio di <em>The Tempest</em>) «prendo il mondo per quello che è, [&#8230;] un palcoscenico sul quale ognuno deve recitare una parte».</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, tornando alla “sfida”, perché fra i tanti capolavori del drammaturgo la scelta cadde sulla <em>Tempesta</em>?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>The Tempest </em>è l’ultimo dei drammi appartenenti alla fase conclusiva della produzione di Shakespeare della quale fanno parte altre tre opere: <em>Pericles, Prince of Tyre</em>; <em>Cymbeline, King of Britain</em>; e <em>The Winter’s Tale</em>. Si tratta di opere che esulano sia dal genere della commedia che da quello della tragedia e che i critici annoverano nel gruppo dei cosiddetti <em>Romances</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Le ragioni che spinsero Eduardo ad affrontare la traduzione di questo testo le troviamo nelle sue stesse parole nelle note alla traduzione dell’opera: «[…] Ci sono tante […] ragioni che mi hanno fatto preferire <em>La Tempesta </em>ad altre splendide commedie scespiriane come <em>Il sogno di una notte di mezza estate</em>, o <em>Come vi piace</em>, o <em>La dodicesima notte</em>, e una delle più importanti è la tolleranza, la benevolenza che pervade tutta la storia: sebbene sia stato trattato in modo indegno da suo fratello, dal Re di Napoli, e da Sebastiano, Prospero non cerca la vendetta bensì il loro pentimento. Quale insegnamento più attuale avrebbe potuto dare un artista all’uomo di oggi, che in nome di una religione o di un “ideale” ammazza e commette crudeltà inaudite, in una escalation che chissà dove lo porterà? E preciso che tra gli “ideali” ci metto anche il denaro, la ricchezza, che appunto come ideali vengono considerati in questa nostra squallida società dei consumi». Questa citazione ci permette di chiarire i primi due motivi della scelta della <em>Tempest</em>. Da una parte Eduardo fa riferimento al clima di “tolleranza e benevolenza che pervade tutta la storia”; dall’altra questi insiste sull’attualità di quest’opera e del suo benefico effetto nel clima politico italiano dei primi anni Ottanta, caratterizzato, come si sa, dalla strategia della tensione e dal terrorismo. Questa finalità “pedagogica” comprende anche un attacco al consumismo della società contemporanea, responsabile del decadimento morale.</p>
<p style="text-align: justify;">De Filippo dunque sceglie <em>The Tempest </em>per i suoi ideali etici di fondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Accanto a queste finalità etico-pedagogiche, c’erano altri motivi che convinsero il drammaturgo napoletano a tradurre quest’opera. C’era, forte, la nostalgia per Napoli che si manifestava anche in una nostalgia per i primi anni della sua carriera teatrale, quando si era cimentato nella Commedia dell’Arte. Le vicende e alcuni personaggi della <em>Tempest</em> (<em>Trinculo</em>, <em>Caliban</em>) al drammaturgo napoletano sembravano esibire una somiglianza impressionante con personaggi della tradizione drammatica popolare napoletana quali Razzullo e Sarchiapone ma anche con personaggi, vicende e situazioni dell’universo narrativo di Basile, di Cortese, dello Sgruttendio, e di altri rappresentanti della tradizione letteraria in dialetto napoletano di cui il drammaturgo era un appassionato lettore e non solo per motivi professionali. È chiaro a questo punto il rapporto di forte empatia e quasi di identificazione dal quale nasceva in Eduardo la decisione di affrontare la traduzione napoletana di Shakespeare e della <em>Tempest </em>in particolare.</p>
<p style="text-align: justify;">Eduardo nella sua traduzione mira a trasferire, più che la “parola” del testo di partenza, il senso, e l’effetto che quel senso può avere in termini di rappresentazione di gesti, volti, ambienti, atmosfere. Questo non significa che De Filippo “tradisca” l’originale, anzi, proprio grazie alla sua grande esperienza e al suo talento, riesce a creare un equilibrio perfetto tra l’opera inglese e quella napoletana. Un equilibrio che fa sì che il lettore, ovvero lo spettatore, gusti l’originalità del lavoro di trasposizione senza mai dimenticare la grandezza dell’originale.</p>
<div id="attachment_1177" style="width: 451px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.thatsparole.com/wp-content/uploads/2015/06/LDamiani_Tempesta_52ab.jpg"><img class="wp-image-1177" src="http://www.thatsparole.com/wp-content/uploads/2015/06/LDamiani_Tempesta_52ab.jpg" alt="La Tempesta traduzione" width="441" height="294" /></a><p class="wp-caption-text">La Tempesta, allestimento teatrale</p></div>
<p style="text-align: justify;">Eduardo procede innanzitutto con l’eliminazione di tutte le componenti che rimandano esclusivamente al contesto culturale elisabettiano o giacobiano che avrebbero rischiato di non essere comprese dal pubblico italiano. In un certo senso De Filippo “sveste” l’opera del suo illustre predecessore, “per vestirla (pur restando nei limiti di un deferente rispetto) dei propri abiti”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il grande Eduardo non volle correre il rischio di essere condizionato da traduzioni illustri della <em>Tempest</em> (come ad esempio quella di Quasimodo) e per questo motivo le tralasciò ricorrendo direttamente alle conoscenze linguistiche della moglie per cogliere così il “succo” dell’opera shakespeariana; è come se la “sua” <em>Tempesta</em> fosse stata tradotta direttamente dall’edizione <em>in folio</em> del 1623, con l’ortografia modernizzata ma con la punteggiatura quasi sempre originale. Inoltre, nel corso della traduzione, Eduardo si assicurava che non vi fossero state interpretazioni di significato, e che quello che leggeva era il significato letterale delle parole inglesi; all’occorrenza chiedeva i diversi significati dei termini quando questi potevano avere più accezioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, il lavoro di “traduzione” che Eduardo intraprese non poteva consistere nella riproposta di un’ennesima, convenzionale, traduzione del testo shakespeariano. La sua preoccupazione è stata piuttosto cogliere lo spirito di quel testo, per ridargli un nuovo significato attraverso la sua riproposizione a un pubblico lontano culturalmente e storicamente da quello elisabettiano. Tutto questo richiede il lavoro di traduzione tecnicamente definito “target oriented”, finalizzato, cioè, alla vita futura e non passata del testo. Eduardo doveva necessariamente mettere in atto una tipologia di traduzione nella quale il testo originale fosse fatto parlare non solo con la lingua del suo autore, ma con i sussulti del cuore e della mente del traduttore. In questo modo il Grande Eduardo esplicitava un’idea di traduzione che forse ancora fa storcere la bocca ai dogmatici sostenitori della traduzione “verbum pro verbo”, ma che invece nella moderna traduttologia è accettata, se non per altro, almeno come modalità alternativa di far rivivere i classici in lingua straniera.</p>
<p><em>&#8220;Eduardo traduce Shakespeare: la sensibilità artistica nella traduzione&#8221; è a cura di That&#8217;s Parole</em></p>
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		<title>Il mondo della lingua spagnola</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Dec 2015 09:22:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>In Italia e in Europa spesso ci si avvicina alla lingua spagnola perché attratti dalla sua bellezza e musicalità o in seguito ad esperienze universitarie e/o di viaggio fatte in Spagna, sottovalutando la diffusione e l’importanza che la lingua spagnola già possiede e che è destinata ad incrementare in futuro. La lingua spagnola al giorno d’oggi è [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>In Italia e in Europa spesso ci si avvicina alla <strong>lingua spagnola</strong> perché attratti dalla sua bellezza e musicalità o in seguito ad esperienze universitarie e/o di viaggio fatte in Spagna, sottovalutando la diffusione e l’importanza che la <strong>lingua spagnola</strong> già possiede e che è destinata ad incrementare in futuro.</p>
<p>La <strong>lingua spagnola</strong> al giorno d’oggi è la seconda lingua più conosciuta e parlata al mondo dopo il cinese mandarino e per questo motivo è di estrema importanza integrarla alle esperienze linguistiche di cui siamo già a conoscenza.</p>
<p>I dati dell’Annuario dell’Istituto Cervantes ci dicono che 470 milioni di persone parlano lo spagnolo come lingua madre: è difatti la lingua ufficiale in 21 paesi, inclusi la Spagna e la gran parte dell&#8217;America latina. Si arriva a 548 milioni di persone se ai madrelingua si aggiungono coloro i quali lo parlano come seconda lingua. Un’analisi dell’evoluzione demografica delle cinque lingue più parlate al mondo (cinese, inglese, spagnolo, hindi e arabo) tra il 1950 e il 2050 prevede che, in termini relativi, il numero di parlanti di cinese e inglese si abbasserà per motivi di demografia mondiale. Al contrario, sia la <strong>lingua spagnola</strong> che l’hindi stanno vivendo e continueranno a vivere un aumento moderato, però continuo del numero di parlanti. Nel 2014 la popolazione ispanofona arrivava al 6,7% della popolazione mondiale, percentuale che supera di gran lunga quella del russo (2,2%), del francese (1,1%) e del tedesco (1,1%). Se la tendenza non cambia, tra tre o quattro generazioni, la <strong>lingua spagnola </strong>sarà parlata dal 10% della popolazione mondiale. Nel 2030, infatti, la <strong>lingua spagnola</strong> potrebbe diventare la più parlata negli Stati Uniti dal momento che si prevede una crescita della popolazione ispanica tale da raggiungere i 138,5 milioni di persone, pari al 30% della popolazione statunitense.</p>
<p>Non bisogna poi dimenticare che è una delle sei lingue ufficiali delle Nazioni Unite e che, dopo l’inglese, è la seconda lingua più utilizzata nelle comunicazioni planetarie. Il ricercatore David Graddol, celebre linguista britannico, aveva riferito nella sua relazione al British Council, pubblicata nel 1997, che la <strong>lingua spagnola</strong>, insieme alla lingua araba, sarebbero state le lingue del futuro. E stando ai dati statistici, lo stanno già diventando. Basti pensare che 29 milioni di residenti negli Stati Uniti parlano giornalmente lo spagnolo e che oggi i paesi Latino Americani stanno vivendo una completa ascesa economica, diventando, in questo modo, degli indispensabili partner commerciali a livello globale.</p>
<p>Sempre più compagnie lavorative, infatti, valutano fra le competenze linguistiche dei candidati all’assunzione, la buona conoscenza della <strong>lingua spagnola</strong>. Nonostante la lingua inglese sia ancora oggi la più utilizzata per le trattative di lavoro a livello internazionale grazie alla sua semplicità di struttura e quindi a una maggiore velocità di assimilazione, la <strong>lingua spagnola</strong> continua la sua inarrestabile ascesa in tutti i paesi del mondo.</p>
<p>Numeri alla mano, allora, non ci resta che tuffarci nel fantastico mondo di Cervantes e Marquez!</p>
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		<title>Come nascono i sottotitoli?</title>
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		<pubDate>Thu, 21 May 2015 13:05:10 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[film e sottotitolaggio]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Della serie ritornano, i sottotitoli e la loro ritrovata dignità. I sottotitoli nell’era dello streaming sono tornati di gran moda e nella loro modalità gratuita e nerd-gestita ci sono decisamente comodi. Divoriamo serie tv al posto dei poc corn e se non fosse per l’aiuto dei gentilissimi e super addicted sottotitolatori della notte, non riusciremo [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Della serie ritornano, i sottotitoli e la loro ritrovata dignità.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I <strong>sottotitoli nell’era dello streaming</strong> sono tornati di gran moda e nella loro modalità gratuita e nerd-gestita ci sono decisamente comodi. Divoriamo serie tv al posto dei poc corn e se non fosse per l’aiuto dei gentilissimi e <em>super addicted</em> sottotitolatori della notte, non riusciremo a vedere l’ultima puntata del nostro telefilm preferito ancora prima dei nostri amici ricchi della pay per view. Un po’ meno felici i meno <em>addicted</em> del settore, che si vedono tagliare fuori da quell’enorme mercato. Lo sappiamo, la rete è anche questo, le sue logiche prevedono lo <em>sharing</em> e <em>l’open source</em>. Ma i sottotitoli non hanno avuto vita facile e non sempre sono stati così tanto apprezzati e soprattutto non hanno avuto le forme che attualmente vediamo in sovraimpressione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cinema, lo sappiamo, ebbe inizio il 22 marzo 1895, data della prima proiezione cinematografica a Parigi a opera dei fratelli Lumière. Sappiamo anche il grande successo che ottenne fin da subito e non potremmo non condividere la popolarità vertiginosa, che è andata crescendo trasformandosi in uno spettacolo di massa. <strong>Ma cosa sappiamo della nascita del primo sottotitolo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La preponderanza dell&#8217;immagine delle prime produzioni cinematografiche fece nascere la percezione che la “settima arte” fosse un fenomeno puramente visuale, che si distaccava dalla letteratura e dalla fotografia per convertirsi in un nuovo linguaggio e così rimasero le cose fino all&#8217;avvento del cinema sonoro negli anni trenta del novecento. Già all&#8217;epoca del cinema muto, però, si ricorreva ad una prima forma di parola scritta per facilitare la comprensione di ciò che avveniva sullo schermo il così detto “<strong>intertitolo</strong>” o “<strong>didascalia</strong>”, il diretto precursore del sottotitolo. Gli intertitoli, usati per la prima volta in Europa nel 1903, erano brevi sequenze di commenti piuttosto esplicativi o di brevi dialoghi, impressi su uno sfondo opaco e proiettati tra due scene del film. Chi non si è mai immaginato anche solo per un secondo, un personaggio di quel buffo mondo semi immobile di difficile comunicabilità, con gli occhi languidi e lo stupore in faccia, che comunica per frasi sconnesse? Un mondo dove le parole più che descrivere erano fatte appositamente per lasciare sentimenti in sospeso. E nonostante ciò, a quel tempo figure come Charlie Chaplin non solo erano contrarie agli intertitoli ma ai dialoghi stessi, ritenendoli tanto poco necessari nei film quanto le parole nelle sinfonie di Beethoven.</p>
<div id="attachment_855" style="width: 490px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.thatsparole.com/wp-content/uploads/2015/05/didascalia_theartisti.jpg"><img class="wp-image-855 size-full" src="http://www.thatsparole.com/wp-content/uploads/2015/05/didascalia_theartisti.jpg" alt="didascalia film the artist" width="480" height="312" /></a><p class="wp-caption-text">didascalia film the artist</p></div>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;avvento del sonoro impose ulteriori cambiamenti e la prima soluzione concepita per rendere comprensibile un film sonoro in un&#8217;altra lingua fu la pratica delle <strong>edizioni multiple</strong>: un film era letteralmente girato in versioni linguistiche diverse, con attori e talvolta registi diversi, utilizzando però lo stesso set. Sembra ovvio che ben presto questo macchinoso procedimento fu sostituito con la più pratica tecnica della <strong>sottotitolazione</strong>. Seguita poi dalla nascita del doppiaggio. La parola sottotitolo, nella sua accezione primaria, fa riferimento al titolo secondario che spesso segue il titolo originale del film e agli albori del cinema veniva usato per indicare gli intertitoli. Il significato moderno è nato con l&#8217;avvento del cinema sonoro e con la necessità di tradurre i dialoghi degli attori posizionandone il contenuto <strong>nella parte bassa dello schermo</strong>. Al contrario del doppiaggio, non c&#8217;è una data comunemente accettata per la nascita del sottotitolo. Lo studioso svedese Ivarsson assicura che i primi sottotitoli fecero già la loro comparsa nel 1909 pur non ottenendo buoni risultati. L&#8217;unica cosa certa è che la modalità della sottotitolazione fu la prima a essere utilizzata, anticipando di qualche anno il doppiaggio. Le motivazione sono tutte ti tipo estetico, in particolare fu proprio il fascino delle star di Hollywood. Gli spettatori europei, infatti, pur di sentire i loro attori preferiti nelle loro lingue originali, accettavano di buon grado il compito di leggere i sottotitoli. La frammentazione linguistica europea, però, causò non pochi problemi ai produttori nordamericani che, all&#8217;inizio, decisero di fare delle versioni sottotitolate <strong>solo in tre lingue</strong>: francese, spagnolo e tedesco, pretendendo di soddisfare così le varie comunità linguistiche. Si giocava sul fattore similitudine e si arrivava, in questo modo, a una pretesa omogeneizzazione di certe comunità linguistiche che erano costrette a vedere i film con sottotitoli in una lingua considerata affine. Questo tipo di atteggiamento era destinato al fallimento fin dall&#8217;inizio perché basato sull&#8217;imposizione di una lingua su un&#8217;altra, con la conseguente offesa di molte nazioni, soprattutto in un periodo post-bellico. Immaginiamoci oggi a seguire Game of Thrones in Francese o Spagnolo perché affini all’Italiano!</p>
<div id="attachment_856" style="width: 490px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.thatsparole.com/wp-content/uploads/2015/05/primi-sot.jpg"><img class="wp-image-856 size-full" src="http://www.thatsparole.com/wp-content/uploads/2015/05/primi-sot.jpg" alt="primi sottotitoli nella storia" width="480" height="360" /></a><p class="wp-caption-text">primi sottotitoli nella storia</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il processo di sottotitolazione, comunque, ha subito varie trasformazioni nel corso degli anni e le maggiori in seguito all&#8217;avvento dei computer prima, e al passaggio dall&#8217;analogico al digitale dopo. A partire dagli anni ottanta, tecnologie tradizionali che erano manuali, fotochimiche e meccaniche sono state sostituite da quelle a laser ed elettroniche che velocizzano la produzione, abbassano i costi e migliorano il prodotto finale. Nonostante ciò per molto tempo il doppiaggio ha avuto un grande successo e tutt’ora continua ad averlo specialmente tra gli Italiani, anche se sono sempre più numerosi i puristi della lingua e gli amanti delle voci originali, che preferiscono veder scorrere velocemente le parole ma godere dell’interpretazione originale dei loro attori preferiti. Quindi ad oggi i sottotitoli resistono al più blasonato doppiaggio e rimangono un ottimo mezzo per riuscire a immergersi nel flusso di una lingua diversa dalla nostra senza perdere di fascino del suono di una voce e “il filo” del discorso.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Come nascono i sottotitoli?&#8221; è a cura di That&#8217;s Parole.</em></p>
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		<title>Che cos’è il Graphic Novel?</title>
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		<pubDate>Thu, 21 May 2015 13:00:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Oggi si sente sempre più spesso parlare di Graphic Novel e le opere di autori come Gipi, Zerocalcare per non parlare dell’ultimo volume sulla vita di Caravaggio di Manara, diventano dei veri e propri casi letterari. Ma che cos’è questo genere e quando nasce? Il graphic novel è principalmente un’opera fumettistica e di conseguenza è [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Oggi si sente sempre più spesso parlare di Graphic Novel e le opere di autori come Gipi, Zerocalcare per non parlare dell’ultimo volume sulla vita di Caravaggio di Manara, diventano dei veri e propri casi letterari. Ma che cos’è questo genere e quando nasce?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il <em>graphic novel </em>è principalmente un’opera fumettistica e di conseguenza è radicato nella cultura americana del fumetto. Quest’ultimo, in un primo momento, era relegato quasi esclusivamente alla sua dimensione seriale; infatti lo vediamo apparire dapprima sotto forma di “strisce” sui quotidiani e poi come albi a fumetti periodici. Il termine <em>graphic novel </em>apparve per la prima volta nell’ottobre 1978 sulla copertina dell’edizione in brossura di <em>A contract with God </em>di Will Eisner, che può essere considerato a tutti gli effetti il precursore del genere. È questo il primo <em>graphic novel </em>moderno: è la storia di un uomo che, tormentato dal dolore, rimette in discussione il proprio rapporto con Dio. Di ambientazione newyorchese diede poi luogo alla trilogia edita in Italia da Fandango (solo) nel 2009: <em>Contratto con</em> <em>Dio. La trilogia</em>. Possiamo citare altri esempi, che vanno dalla pubblicazione in volume di <em>Maus</em>: <em>A Survivor’s Tale</em> di Art Spiegelman, nel 1989, ambientato durante la seconda guerra mondiale e incentrato sulla tragedia dell’olocausto, al più recente <em>Persepolis</em> di Marjane Satrapi, del 1999, ambientato in Iran prima della rivoluzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Come si evince da questi esempi, gli argomenti trattati dai <em>graphic novel </em>sono impegnativi e rivolti a un pubblico colto e adulto, intellettualmente motivato, politicamente attento e, aspetto da non sottovalutare, artisticamente esigente. Nel graphic novel, a differenza del libro a fumetti, è la storia a dettare legge, a determinare il numero di tavole; è l’autore a disporre la sequenza delle vignette. Con il <em>graphic novel</em>, il fumetto si smarca da ogni tipo di vincolo proponendosi come opera vera e propria. È una concezione di fumetto del tutto nuova: storie inedite, senza vincoli editoriali. È un vero e proprio “fumetto d’autore” perché si tratta di una creazione unica, intimamente legata al nome, allo stile e alla creatività individuale dell’autore o dell’autrice.</p>
<p style="text-align: justify;">Agli appassionati del genere e ai nuovi lettori, buona lettura e buona visione!</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Che cos’è il Graphic Novel?&#8221; è a cura di That&#8217;s Parole.</em></p>
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